Non è un paese per startup

Fonte: minimarketing.it

 

L’Italia ha il numero inferiore di startup in Europa. Non è un caso. La motivazione in breve, principale, è che non conviene aprire una startup in Italia. Il problema non è facilitare la nascita, con bizzarre forme societarie, ma facilitare la crescita.

Ma io voglio vederla dal punto di vista dello startupper. Non ne posso più di articoli che invitano a cambiare vita per viaggiare, o di lasciare un lavoro per aprire una startup. Stay hungry, stay foolish, stay realist.

Una startup non è come aprire una baracchina di gelati. Il business dei gelati ha il 30%-50% di possibilità di trasformarsi in un business sostenibile nel giro di qualche anno: «sostenibile», non parlo di starsene in spiaggia della villa privata agli Hamptons all’alba a parlare di milioni di dollari come il vecchio Gordon Gekko.
La startup sì, ma ha lo 0,0005% di trasformarsi in qualcosa di redditizio. Per questo, è come un biglietto della lotteria. Non ho niente contro i biglietti della lotteria, anche se non li compro mai, perché è una scommessa in cui la vincita non è equiparata alla possibilità di vincere, e tuttavia si vendono perché si viene ingannati da due cose:

  • la fallacia narrativa, per cui i titoli dei giornali sono per quello che vince, e non per i milioni che perdono
  • la relativa insignificanza del singolo investimento, «costa come un caffé»

La startup è conveniente per il singolo individuo solo se questo fa bene i propri conti, statisticamente: solo se calcola bene il rischio e il ritorno. Di solito non ti costa come un caffé: significa spesso dedicare anni della propria vita.

Quindi, la scommessa della startup gira in positivo paradossalmente solo se ti crei un paracadute. Il paracadute è la possibilità di acquisire un’esperienza riciclabile, di skill, network, eccetera. Per cui se non vinci nell’estremistan, ti ricicli nel mediocristan (cfr Cigno Nero, qua).

In Italia niente di questo può davvero accadere. Assieme ad altri motivi, di mio non farei mai una startup in Italia.

1) Rimanendo in Italia non capiremo per niente il mercato globale (il mercato globale o plurinazionale è l’unico approdo per una startup sostenibile in un ambiente digitalmente asfittico come l’Italia). Forse si capisce meglio viaggiando, scrivendo codice un mese a Tallin, un mese a Bangkok, un mese a Valona, ecc.

2) Rimanendo in Italia (e concentrandoci su) non si impara a ragionare in inglese. E non si affronta la vera concorrenza. E questo ci frega alla fine.

3) L’amministrazione è un incubo — non il livello di tasse in sé. Ma la fatturazione è insostenibile, non sono un esperto, ma se fatturi dal Delaware, fidati, non hai nemmeno bisogno di numerarle.

4) Perfino fare un cavolo di concorso è un incubo — vuoi regalare tre magliette? devi chiedere al ministero, quindi pagare quei tremila euro a un consulente specializzato.

5) in Italia il trattamento dei cookie è folle (non starò a ripetere, vi linko il mio post su #bloccailcookie), e questo non interessa tanto alle grandi aziende o ai centri media, ma ai piccoli, che hanno poche risorse e rischiano di spenderle in aggiustamenti tecnici improduttivi.

6) il mercato del lavoro non è ancora flessibile come all’estero (mica penserete di fare startup con contratti a tempo indeterminato in cui per licenziare qualcuno devi andare dal giudice?)

7) Soprattutto, quando fallirete (no, non tu, l’altro 99,99%) non saprai dove riciclarti, perché qua il fatto di avere fallito non è un titolo di merito, e non lo sarà per molto tempo.

8) il mercato dei capitali per startup lo vede solo chi vuole vederlo — e spesso tutto questo è molto gonfiato dalla comunicazione. I veri capitali in Italia vanno ahimè in beni immobili di tutti i tipi.

Ora, so che c’è un confine sottile tra pessimismo e pragmatismo. Io spesso sono accusato del primo, e potrebbe essere il caso anche in questo frangente. Io non credo che ogni paese debba necessariamente avere startup per essere efficiente e innovativo, ma questo è un parere totalmente personale. Ci sono paesi che fanno meglio alcune cose, paesi che ne faranno meglio altre. L’Italia non sarà mai la California o gli USA, non nascerà mai Uber qui. Non è un problema, salvo per chi rischia di buttare anni produttivi della propria vita credendoci.

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