Gotta: “L’Innovazione italiana ha bisogno del private equity”

Fonte: www.corrierecomunicazioni.it

L’Investment manager del Fondo Ict di Orizzonte Sgr spiega la strategia del nuovo ecosistema a seguito dell’acquisizione del 33% di Ennova. Chiuso il primo round di investimenti, le prossime traiettorie puntano all’IoT, ai predictive analytics, alla robotica e al comparto fintech



E’ il private equity una delle spinte propulsive allo sviluppo della new economy italiana. Ma non si tratta solo di finanziamenti e sostegno economico a giovani attività potenzialmente profittevoli. La capacità dei fondi di aggregare, attraverso la creazione di portafogli diversificati, business e startup, mettendoli in comunicazione e creando sinergie, può dare vita a ecosistemi capaci di moltiplicare e valorizzare competenze che, disunite, non avrebbero la stessa forza per aggredire il mercato. Naturalmente serve un attento processo di scouting per identificare non solo i progetti e i team adatti, ma anche gli imprenditori dal profilo giusto. Disposti cioè ad accettare l’ingresso di nuovi soci nell’azionariato e soprattutto a condividere con altri capitani d’impresa legati alla stessa cordata esperienze e know how.

Questo, in estrema sintesi, l’approccio di Orizzonte SGR (costituita nel 2007 su iniziativa delle Camere di Commercio Italiane), che con il fondo ICT ha appena concluso un giro di investimenti da 50 milioni di euro entrando in possesso del 33% di Ennova, startup nata nel 2010 in seno all’incubatore I3P del Politecnico di Torino. Ennova vanta un fatturato consolidato da 20 milioni di euro ed è specializzata con le sue business unit in soluzioni di digital caring. CorCom ne ha parlato con Carlo Gotta, Investment manager del fondo.

Qual è stato l’iter che ha portato a scegliere Ennova?

Innanzitutto alla base c’è una precisa strategia di portafoglio (al momento composto, oltre che da Ennova, da Tykli, Docflow Italia, Wiit, GPI, SIA, Lutech, ndr): ciascuna operazione è indirizzata alla sua diversificazione negli ambiti più promettenti dell’Information technology e nell’arco di cinque anni abbiamo puntato sul cloud, sulla sanità, sulle piattaforme di pagamento elettronico, sulle soluzioni di system integration, arrivando ai big data e alla gestione documentale. Come nelle occasioni precedenti, Ennova ha destato il nostro interesse perché si connotava per una tecnologia e un progetto al servizio di un’azienda in chiara fase di espansione. Ci è stato inoltre presentato un piano di crescita ragionevole e sostenibile. Ma in questi casi, per noi, l’ingrediente fondamentale è la personalità dell’imprenditore. Dobbiamo poter entrare davvero in contatto con lui, mantendendo un feeling continuo e costruendo obiettivi condivisi. Dopo tutto, quello tra il fondo e la società partecipata è un matrimonio a termine: ci innamoriamo e ci sposiamo per cinque anni, sapendo poi che alla fine divorzeremo rimanendo amici. Serve una mentalità ben precisa per vivere questa esperienza. In Ennova dunque abbiamo trovato tutti gli elementi giusti. E aggiungo che se da una parte si tratta dell’unica azienda in Italia e in Europa a possedere competenze e piattaforme tecnologiche tanto specializzate nel settore del digital caring, dall’altra il presidente Fiorenzo Codognotto è un imprenditore che ha scritto pagine importanti nell’ambito dell’innovazione: è un visionario, che però sa anche come si consolidano le aziende, scaricando a terra l’energia potenziale delle idee.

Qual è il business plan e quali sono gli obiettivi di medio termine?

Sicuramente il nostro primo obiettivo è portare a termine una buona operazione di investimento, generando dal punto di vista finanziario un ROI interessante. Ma siamo convinti che riusciremo a costruire valore anche sul piano del business e dell’innovazione. La piattaforma di Ennova offre agli operatori del mercato Tlc un supporto specialistico per la gestione da remoto di device fissi e mobile, con la possibilità di allargare il servizio a ciò che sarà l’Internet of Things specialmente nell’ambito della domotica.

Pensate anche a soluzioni per lo smart manufacturing o rimarrà un’offerta indirizzata al mondo consumer?

Il settore dell’industry 4.0 lo stiamo affrontando con altre realtà integrate nel nostro portafoglio. Con Ennova lavoreremo solo nell’ambito consumer, dove pensiamo di godere di un elemento differenziante rispetto ai concorrenti. A differenza di altre soluzioni verticali, che sono molto chiuse, la nostra piattaforma gira su su Android ed è aperta e interoperabile.

Come si integra Ennova nel vostro portafoglio e sul piano strategico quale può essere lo sviluppo integrato delle aziende che fanno parte del Fondo ICT?

Noi riteniamo che ciascuna azienda debba avere il proprio percorso. Parliamo di investimenti specifici, con accordi, governance, obiettivi, ROI differenziati su ciascuna realtà e iniziativa. Ma è indubbio che le sette imprese da noi partecipate rappresentano un’occasione per attivare sinergie e condividere opportunità di business innescando cicli virtuosi tra le varie competenze. Solo per fare qualche esempio Tycli, lavorando sui big data analytics, può essere di supporto alle attività di gestione documentale e ottimizzazione dei processi aziendali di Doc Flow, mentre il cloud di Wiit rappresenta una chance di erogare servizi on demand, così come Lutech potrebbe funzionare da collettore di soluzioni. Abbiamo creato in altre parole un ecosistema composto da realtà diverse ma in grado di dialogare.

I singoli team non sono gelosi del proprio territorio?

Come dicevo prima, per noi la disponibilità all’apertura è un prerequisito indispensabile alla scelta di un’azienda. Quelle che fanno parte dell’ecosistema hanno tutte passato questo filtro. Non parlo solo di vision e di senso pratico, ma proprio di una certa sensibilità che denota voglia di condividere, conoscersi, creare occasioni di incontro.

Finito questo giro di investimenti, cosa c’è nel futuro del Fondo ICT?

Siamo convinti che sul fronte dell’innovazione l’Italia possiede know how e talenti come pochi altri Paesi al mondo. Dal punto di vista finanziario pensiamo di avere a che fare con un settore sottocapitalizzato: considerando che il 90% delle imprese tricolore sono Pmi e che l’equity pesa per circa il 30% dei finanziamenti, mentre la media europea è del 50%, ci troviamo di fronte a un mercato pieno di opportunità. Servono capitali per crescere e per affrontare l’internazionalizzazione, a maggior ragione ora che a causa delle norme stabilite da Basilea 2 spesso le banche sono impossibilitate a sostenere finanziamenti alle startup. Nello specifico, punteremo ad aziende di eccellenza che potranno definire nuove modalità di gestione dei prodotti e dei servizi in termini di funzionalità, qualità nell’erogazione, personalizzazione, il tutto a costi più bassi. Non ragioneremo per hype e non attiveremo iniziative repliche di altre operazioni che non portano a nulla. Le nostre traiettorie tecnologiche? Ancora l’IoT, approfondendo il tema dei wearable dedicati al mondo sanitario, i big data, con maggior enfasi sui predictive analytics, la robotica e la parte fintech.

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